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- «SEGNARE AD OLD TRAFFORD È STATO PAZZESCO. IGOR PROTTI MI HA INSEGNATO AD ESSERE UMILE» - LA NOSTRA INTERVISTA A MANUEL GIANDONATO
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«SEGNARE AD OLD TRAFFORD È STATO PAZZESCO. IGOR PROTTI MI HA INSEGNATO AD ESSERE UMILE» - LA NOSTRA INTERVISTA A MANUEL GIANDONATO
L'intervista di Cristiano Cavallaro all'ex giocatore della Juventus Manuel Giandonato
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Generica - 21/07/2026
«Entra, tocca a te». Con queste parole di Mister Zaccheroni, il 6 febbraio del 2010, cominciava la favola di Manuel Giandonato con la maglia della Juventus. Sceso in campo al posto di Alex Del Piero, indosserà la casacca bianconera per altre quattro volte, una delle quali in Europa League. A queste va però addizionata una gara amichevole in quel di Manchester - organizzata in occasione del ritiro dal calcio di Gary Neville -, in cui segnerà un gol capolavoro su punizione, davanti a novantamila persone. Ma la carriera del centrocampista chietino non è “semplicemente” questo: è anche la resilienza di chi ha saputo rialzarsi dopo infortuni pesanti e dopo essere stato scaricato in prestito, è l’umiltà - oltre ad altri valori - trasmessa da figure intramontabili come Igor Protti, conosciuto ai tempi del Livorno.
Partiamo dalle giovanili della Juventus: hai vinto il torneo di Viareggio e hai giocato con Ciro Immobile - che tra l’altro fece tripletta in finale -. Cosa puoi dirci in merito?
«Il torneo di Viareggio è cambiato tanto: prima era molto più sentito ed era una vetrina molto importante, perché sapevi che lì venivano tutti gli addetti ai lavori per scegliere i giocatori per le squadre professionistiche dell’anno successivo. È stata un’esperienza fantastica. Per quanto riguarda Immobile, già si capiva che sarebbe potuto arrivare in alto: ogni volta che toccava la palla faceva gol. Aveva oltretutto una grande fame agonistica, che poi si è portato avanti per tutto il prosieguo della sua stupefacente carriera».
Cos’hai provato quando hai esordito in Serie A?
«È stata un’emozione indescrivibile. Ho debuttato il weekend dopo l’inizio del torneo di Viareggio di cui ti parlavo un attimo fa ed è stato totalmente inaspettato. Era stato espulso Felipe Melo, io ero seduto in panchina e Zaccheroni si è girato e mi ha detto:«Entra, tocca a te». Ero completamente inconsapevole di chi mi avesse lasciato il posto: soltanto il giorno dopo, rivedendo le immagini, mi sono accorto che ero subentrato a Del Piero».
L’anno dopo hai esordito anche in Europa League.
«La Juve per me era ogni giorno un grande stupore. Avevo la fortuna di allenarmi e di condividere lo spogliatoio con campioni che avevano vinto la Coppa del Mondo o giocato la Champions League. Sono stato lì per due stagioni e mezzo - dai 17 ai 19 anni - e per me era una quotidianità davvero emozionante. Mi ricordo che ho collezionato una presenza anche ai preliminari: ero il primo cambio ed è stato qualcosa di inaspettato. Quando invece ho giocato dall’inizio, a novembre, è stato un po’ diverso, perché c’erano diversi titolari infortunati, quindi Delneri mi aveva comunicato prima che la sua scelta sarebbe ricaduta su di me. Questa responsabilità per me è stata un grande onore».
Tanti tifosi si ricordano di te per il tuo gol ad Old Trafford.
«Segnare a Old Trafford è stato pazzesco. In campo c’erano giocatori come i fratelli Neville - era la gara di addio di Gary -, Nicky Butt, David Beckham… tutta la rosa del Manchester United che poi il sabato avrebbe giocato la finale di Champions League. Per me è stato qualcosa di inspiegabile, perché trovarti a calciare una punizione davanti a novantamila persone e fare gol in quella maniera è stato incredibile».
Purtroppo, in quegli anni - il 15 dicembre 2006 per l’esattezza -, è avvenuta anche la tragedia Neri e Ferramosca. Come hai vissuto quel periodo?
«È stata una sensazione bruttissima che io e gli altri ragazzi con cui vivevo in convitto ci siamo portati avanti per tanto tempo. Stavamo per partire per andare allo stadio, ma Alessio e Ricky non si trovavano: non erano in nessun locale di Vinovo. Io partii con il pullman per andare a fare il raccattapalle e capii che la situazione era seria quando il responsabile ci disse di avvisare a casa che stavamo bene, perché su Sky, nel frattempo, era stato annunciato che la partita sarebbe stata rinviata per via di un malore accusato da alcuni ragazzi del settore giovanile. È stato in quel momento che ho capito quanto l’accaduto fosse grave, poi è arrivata la comunicazione in tarda serata, quando noi eravamo già rientrati in convitto. Sono stati mesi pesanti».
(Alessio Ferramosca e Riccardo Neri persero la vita il 15 dicembre 2006 annegando nel lago artificiale adiacente al centro sportivo di Vinovo, ndr).
Voltando pagina, sei passato al Lecce e hai avuto modo di giocare qualche altra partita in massime categoria. Che squadra era?
«Per me è stata una fortuna andare a Lecce, anche perché mi ha permesso di dare continuità alle presenze in Serie A che avevo ottenuto con la Juve. Ho giocato con calciatori fortissimi, nonché ragazzi eccezionali, come Muriel e Cuadrado, e ho avuto anche modo di lavorare prima con Mister Di Francesco e poi con Mister Cosmi. Mi hanno insegnato e trasmesso tanto, ma in generale io sono riconoscente a tutte le esperienze che ho fatto in carriera».
Sei stato girato tantissime volte in prestito - non solo ai tempi della Juventus -: come hai vissuto tutto ciò?
«All’inizio lo vedevo come una sorta di sprone da parte della società, che voleva farmi crescere. Col passare del tempo, tuttavia, ho cominciato a sentirmi una merce di scambio e non è mai bello essere preso e spostato come un pacco postale per il volere di altre persone. Questi pensieri, però, li ho maturati negli anni successivi: lì per lì ero contento di vivere esperienze importanti sia dal punto di vista calcistico che da quello umano. Alla fine ogni cambiamento ti porta a sviluppare delle conoscenze e se oggi sono la persona che sono lo devo anche a questo tipo di percorso che ho intrapreso».
A proposito di prestiti, hai vissuto un periodo importante con la Virtus Lanciano. C’erano giocatori come Cragno, Federico Di Francesco - figlio di Eusebio - e Bonazzoli. Si vedeva già ai tempi che avrebbero potuto fare strada?
«Già allora si intravedevano grandi qualità da parte loro: avevano qualcosa in più rispetto agli altri. Me lo aspettavo e sono stato molto contento per loro perché quando sono arrivati a Lanciano erano veramente giovanissimi».
Sei stato anche a Livorno, piazza che ti ha visto ottenere una promozione storica. Il team manager della società, tra l’altro, ai tempi era Igor Protti: cosa rappresentava lui per te?
«Igor era una di quelle persone che ti segna. A me ha trasmesso il suo modo di essere, oltre a valori come l’umiltà nel rapportarsi e l’attenzione all’umanità, pregi che fanno parte del periodo calcistico in cui lui è cresciuto e che probabilmente, nel corso del tempo, si sono un po’ persi. A Livorno ho vissuto due anni bellissimi, nonostante abbia subito una rottura del crociato nella prima stagione. È stato meraviglioso vincere il campionato, anche perché lì era atteso da tempo, dopo una retrocessione sofferta. Sottil secondo me è un allenatore molto forte e preparato: mi ha fatto crescere e mi ha invogliato a intraprendere il percorso da tecnico».
Hai fatto molto bene anche ad Olbia, oltretutto sei stato allenato da Max Canzi. Sei rimasto stupito quando ha preso la scelta di allenare la Juventus Women?
«Ho avuto la fortuna di lavorare con Max e tuttora mi sento spesso con lui: mi fa sempre piacere salutarlo, ma talvolta gli chiedo anche consigli, perché è una persona di altissimo spessore umano e culturale. Onestamente, da ogni altro allenatore non mi sarei mai aspettato una scelta del genere, mentre da lui sì: è un tipo molto curioso. Ad ogni modo sono rimasto comunque stupito, tant’è che l’ho chiamato per chiedergli appunto cosa lo avesse stimolato a prendere questa decisione. Devo dire che mi ha convinto ancora di più del fatto - come ho già detto - che prima che un ottimo allenatore sia una persona di uno spessore umano davvero elevato, capace di calarsi in qualsiasi situazione. Non è un caso che abbia fatto bene nel settore giovanile, in Lega Pro e persino nel calcio femminile. Sono convinto che non deluderà le aspettative neanche a Cagliari, nel ruolo che gli hanno assegnato».
Hai trascorso due anni importanti con la maglia della Fermana, facendo anche diversi gol.
«Fermo è stata la mia casa calcistica degli ultimi anni. Ovviamente la retrocessione è stata dolorosa, però è un posto in cui mi sono sentito accettato, supportato e sopportato. Mi hanno dato tanto e io ho cercato di ricambiare, poi per quanto riguarda i risultati ha parlato il campo».
Sei stato da poco nominato allenatore della Recanatese: visto che hai avuto tanti mister molto preparati durante la tua carriera da calciatore, da chi prenderai più spunto?
«Sicuramente Sottil e Di Francesco sono due tecnici a cui mi ispiro tanto non solo per la filosofia calcistica ma anche per quanto riguarda l’aspetto umano, dunque i comportamenti. Sono molto contento di partire da Recanati: mi è stata data questa grande possibilità e voglio giocarmi tutte le mie carte».
Ringraziamo sentitamente Manuel Giandonato per la disponibilità e la collaborazione.
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