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NEWS - QUATTRO PROMOZIONI E UN SOGNO CHIAMATO SERIE A:«ALL’OLIMPICO RISCHIAMMO PERSINO DI VINCERE» - L’INTERVISTA A MICHELE CREMONESI
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QUATTRO PROMOZIONI E UN SOGNO CHIAMATO SERIE A:«ALL’OLIMPICO RISCHIAMMO PERSINO DI VINCERE» - L’INTERVISTA A MICHELE CREMONESI

L'intervista di Cristiano Cavallaro all'ex difensore della Reggiana
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calcioreggiano.comGenerica - 24/07/2026

Nell'aprile del 2006 iniziava la lunga e prestigiosa carriera di Michele Cremonesi, che, dopo essersi affacciato al calcio dei grandi con la maglia della Cremonese - la squadra della sua città - a soli 17 anni, ha vissuto un percorso ricco di soddisfazioni e momenti indimenticabili. Sbocciato in Serie B e protagonista della sua prima promozione in Serie A sotto la guida di Ivan Juric, ha saputo conquistare traguardi di assoluto rilievo: quattro promozioni complessive, di cui tre nella massima categoria - con le maglie di Spal, Venezia e appunto Crotone - e una in cadetteria con la Reggiana, dove al debutto riuscì anche a realizzare una doppietta da difensore. Di questo e di molto altro abbiamo parlato in una lunga intervista che siamo orgogliosi di poter condividere. 

Iniziamo dalla squadra della tua città, ovvero la Cremonese, che ti ha persino permesso di esordire in Serie B quando eri ancora diciassettenne. 

«Sì, ho fatto tutta la trafila nel settore giovanile grigiorosso. Sono entrato a far parte del vivaio della Cremo all’età di 10 anni e, nel 2005, sono stato aggregato in prima squadra, con cui ho esordito il 1° aprile, contro il Bari. Sono rimasto lì fino al 2013, militando soprattutto in Serie C, dato che nel frattempo eravamo purtroppo retrocessi. Le buone prestazioni di quegli anni mi hanno dato l’opportunità di tornare presto in B: mi sono trasferito a Crotone, un bel viaggetto…»

In Calabria hai vissuto tre anni davvero importanti, giocando anche con calciatori di un certo livello: che esperienza è stata per te?

«Il primo anno, l’ultimo giorno di mercato, arrivò Federico Bernardeschi: aveva 19 anni e già ai tempi si vedeva che aveva un’altra qualità, un altro passo. Non a caso raggiunse la doppia cifra: era pronto per un livello ancora superiore, infatti la carriera che ha fatto è piuttosto autoesplicativa. Per quanto riguarda, invece, la stagione della promozione in Serie A - la terza, in quanto in quella antecedente ci eravamo salvati senza neanche fare i play-out -, mi ricordo che, sempre a poche ore dalla chiusura della finestra trasferimenti, la società ingaggiò Budimir. Veniva dalla Bundesliga 2, campionato in cui non aveva proprio brillato. Juric tuttavia credeva in lui e fece un ottimo lavoro con tutta la squadra: ci fece cambiare mentalità, portando la sua, un po’ “Gasperiniana”, basata sul duello 1 contro 1. Budimir aveva una grande forza fisica e ottime doti realizzative: mi ricordo che in allenamento era una lotta continua ed effettivamente era molto complicato contenerlo. Le potenzialità si intravedevano e infatti ha poi raggiunto livelli ancora più alti». 

Un’altra importantissima promozione che hai ottenuto è stata quella con la Spal. C’era un organico davvero niente male - Meret, Lazzari, Strefezza e non solo - oltre ad un allenatore come Semplici. 

«Ero nel pieno della mia maturità calcistica e, dopo la promozione in Serie A con il Crotone, non rientravo nei piani della società. Ho dovuto quindi cercare un’altra sistemazione e mi ha chiamato la Spal. Si trattava di una realtà neopromossa dalla C, tuttavia era una soluzione che mi incuriosiva, anche perché mi avevano voluto fortemente sia il mister che il direttore. Lì è nato qualcosa di unico, in quanto, malgrado diversi giocatori fossero alla prima esperienza in cadetteria, si è creata una grande alchimia tra staff tecnico, calciatori nuovi e calciatori del vecchio corso. Eravamo partiti con qualche difficoltà, ma pian piano abbiamo alzato l’asticella, inanellando una serie di risultati positivi. E’ stata una cavalcata straordinaria che ci ha portato a vincere il campionato, ottenendo una storica promozione nella massima categoria». 

In Serie A hai sfidato campioni come Immobile, Dzeko, Kean e Belotti: chi ti ha dato più filo da torcere e perché?

«Parto dal presupposto che gli attaccanti che hai nominato sono tutti molto difficili da marcare e hanno tutti peculiarità differenti. Se devo sceglierne uno, però, personalmente è stato più complicato, viste anche le mie caratteristiche, affrontare Dzeko. Aveva la caratura del campione, oltre ad un’intelligenza calcistica sopra la norma. Inoltre, nonostante fosse altissimo, aveva importanti qualità tecniche e una buona velocità, perché, contrariamente da quanto pensino tanti, in progressione era comunque difficile arginarlo. E’ un giocatore che da avversario mi ha veramente messo in difficoltà». 

Se dovessi scegliere il momento più bello che hai vissuto in Serie A, quale diresti?

«Posso citare l’esordio: come ti ho raccontato venivo da un’annata in cui avevo trovato continuità in B, in un contesto che era diventato speciale. Ero molto contento che la società mi avesse concesso la possibilità di misurarmi in Serie A e non dimenticherò mai il mio debutto all’Olimpico contro la Lazio, alla prima giornata. Non ero partito titolare, quindi è stata un’emozione ancor più grande, perché subentrare è sempre complicato: devi ambientarti subito in partita. Per di più c’erano giocatori molto importanti, come Immobile e Milinkovic-Savic: quella Lazio era davvero forte. Avevamo fatto un ottimo primo tempo tuttavia: eravamo sullo 0-0 e abbiamo retto anche nella ripresa, in cui addirittura abbiamo rischiato di fare il colpaccio. Per me, che ero abituato a vivere realtà diverse, la sensazione di essersi contesi la vittoria con una grande squadra è stato un coronamento dei tanti sforzi compiuti in carriera. Purtroppo non sono rimasto in A - penso che ogni giocatore abbia la sua categoria e quella non era la mia -, però è stata una grande esperienza che porto con me». 

Un’altra piazza in cui hai fatto molto bene è stata Venezia: cosa puoi raccontarci di quell’esperienza?

«Venezia è sicuramente una piazza storica, oltre che una delle città più belle del mondo, per di più quando sono arrivato era da poco subentrata la proprietà americana. E’ stato veramente un bel percorso: il primo anno - in cui purtroppo si è intromesso il Covid - ci siamo salvati, mentre il secondo abbiamo vinto i play-off ed è stato fantastico. Abbiamo eliminato squadre blasonate come Chievo e Lecce, per poi battere in finale il Cittadella. E’ un ricordo che custodisco ancora con cuore». 

Sei poi passato alla Reggiana e hai raggiunto la quarta promozione della tua carriera.

«Una volta giunto al termine il mio trascorso a Venezia, mi sono trovato svincolato. Era la prima volta che mi capitava, quindi era una situazione nuova e personalmente difficile. Il direttore sportivo Tosi mi ha chiamato a ottobre dopo l’infortunio di Laezza, che purtroppo è rimasto lontano dai campi fino a fine stagione. Io non ho esitato un attimo e ho accettato. Ho avuto il privilegio di confrontarmi con un ottimo gruppo in un contesto molto positivo e per me è stata una rinascita. Mi ricordo benissimo la prima partita che ho fatto da titolare, contro il Teramo: avevamo vinto 5-0 e avevo fatto doppietta, in casa a Reggio. La cornice di pubblico al “Città del Tricolore” è davvero speciale e in granata ho provato piacevolissime emozioni. Sono stati due anni veramente fantastici, in una piazza che non dimenticherò, perché, tralasciando le buone prestazioni, ho legato molto con la gente. Il primo anno abbiamo perso ai play-off purtroppo, ma abbiamo terminato il lavoro nella stagione successiva, con una promozione». 

In carriera, tra l’altro, hai avuto modo di rappresentare da giovanissimo anche l’Italia, confrontandoti con atleti del calibro di Candreva e Giovinco.

«Ho militato nelle formazioni giovanili azzurre dai 15 ai 20 anni, disputando un Europeo Under 17 e un Mondiale Under 18. Quelle esperienze sono state super formative e mi hanno dato la possibilità di misurarmi con ragazzi che sono arrivati a giocare ad altissimi livelli, tant’è che nominarne solo alcuni sarebbe riduttivo. Queste avventure sono state preziose, perché mi hanno formato sia come atleta che come uomo».

Ringraziamo sentitamente Michele Cremonesi per la disponibilità e l’opportunità concessaci.

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