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NEWS - ALESSIO LUCIANI:«LE NUOVE GENERAZIONI HANNO BISOGNO DI ESSERE ASCOLTATE: VOGLIO ESSERE UN ESEMPIO PER LORO» - INTERVISTA
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ALESSIO LUCIANI:«LE NUOVE GENERAZIONI HANNO BISOGNO DI ESSERE ASCOLTATE: VOGLIO ESSERE UN ESEMPIO PER LORO» - INTERVISTA

L'intervista di Cristiano Cavallaro all'ex difensore della Reggiana
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calcioreggiano.comGenerica - 25/07/2026

508 presenze tra i professionisti - di cui una in Serie A - e un campionato di Serie C vinto. Si potrebbe riassumere così il percorso calcistico di Alessio Luciani, ma sarebbe fin troppo riduttivo. Sbocciato nel settore giovanile della Lazio, con cui ha debuttato sia in massima categoria che in Europa League, ha infatti costruito una carriera davvero niente male, con una peculiarità: l’attenzione all’umanità e ai valori, a discapito dei soldi e degli interessi personali. Ai tempi della Reggiana, infatti, ha conosciuto Luca Cigarini, un giocatore che non ha bisogno di presentazioni, che gli ha trasmesso l’importanza dell’umiltà e del sapersi calare nella parte in ogni situazione. Alessio, oggi, è infatti tornato a casa, ad Avezzano - squadra che il prossimo anno militerà in Eccellenza - e non vede l’ora di tramandare ai giovani tutto ciò che ha imparato in un viaggio che lo ha visto protagonista di grandi stagioni con le maglie di Lumezzane, Salernitana, Gubbio, Monopoli, Arezzo, la citata un attimo fa Reggiana, Taranto, FeralpiSalò e Cavese. 

Sei cresciuto nella Lazio, società che ti ha permesso di esordire sia in Serie A che in Europa League. Quale dei momenti due è stato più emozionante?

«Sono una persona molto romantica e sensibile, perciò porto sempre con me i momenti più belli della mia vita: sia quelli legati alla mia esperienza da calciatore sia quelli inerenti alla mia quotidianità. L’esordio in Serie A è stato più emozionante: è il sogno di ogni bambino e per me, tifoso della Lazio, giocare nella mia squadra del cuore è stato l’apice. Mi è stata data questa opportunità dal grande Mister Ballardini, una persona davvero umile. Lo incontrai dopo vari anni in occasione di una partita di campionato a Cesena, dove io mi stavo curando al ginocchio. Lo fermai in tribuna e lo ringraziai per l’occasione che mi aveva concesso; lui, senza nemmeno che gli dicessi chi fossi, mi chiese come stessi. E’ un dettaglio che davvero fa capire il suo spessore umano; persone così sono un patrimonio per lo sport. Ad ogni modo, è stato veramente toccante anche il debutto in Europa League, all’Olimpico. C’era la mia famiglia a vedermi, oltretutto ho potuto realizzare il sogno di togliermi la maglia e lanciarla in Curva Nord, dove sapevo che erano presenti alcuni dei miei amici». 

Tra l’altro Ballardini ti gettò nella mischia al Franchi sullo 0-0: era una partita ancora del tutto in bilico.

«Era una partita tiratissima. La Fiorentina ci stava mettendo sotto e ricordo per filo e per segno le spiegazioni del mister prima di entrare. Mi schierò terzino sinistro: marcavo Jorgensen, mentre sulle palle inattive Jovetic. Mi è inoltre rimasta impressa un’azione in cui Montolivo non mi fece vedere la palla. La gara si concluse a reti bianche e fu veramente combattuta. Subentrare all’83’ fu ancora più speciale perché non mi aspettavo di giocare, dato che la settimana prima, in una partita di Europa League, Ballardini aveva preferito Riccardo Perpetuini a me, mandandomi in panchina. Non pensavo che sarei stato chiamato in causa, invece in quella partita a Firenze puntò su di me, a discapito del mio caro amico Riccardo». 

Oggi, purtroppo, la Lazio non è più quella di una volta: i tifosi non entrano nemmeno più allo stadio in segno di protesta verso la società. Visto che eri in biancoceleste agli albori della gestione Lotito, secondo te, perché questa storica realtà è caduta così in basso secondo te?

«Secondo me la Lazio ha raggiunto l’apice dei suoi successi quando è riuscita ad amalgamare la guida tecnica con il gruppo squadra. Evidentemente, negli ultimi anni, lo spirito imprenditoriale sta portando il presidente a tralasciare un po’ l’amore e il rispetto per la maglia e per la gente. Spero che si possa riuscire a riportare la gente allo stadio, perché vedere una realtà così importante in questa situazione - senza il supporto dei tifosi e con la contestazione in atto - mi dà fastidio. Io ho molti amici laziali e per molti anni è stata anche la mia squadra del cuore. È ovvio come oggi la situazione stia sfuggendo di mano: spero che Lotito riesca a trovare una via d’incontro con la piazza».

Cambiando discorso, al Lumezzane hai avuto un allenatore come Nicola, per di più in quella squadra c’erano giocatori niente male, come Pisacane, Galabinov e Inglese.

«Sì, a Lumezzane ho incontrato Nicola, che da quell’esperienza in poi è stato a tutti gli effetti il mio padre calcistico, nonché un punto di riferimento anche nella vita di tutti i giorni: lo vedevo come una figura familiare eccezionale. Dal punto di vista emotivo, del dialogo e della trasparenza, io mi ispiro a lui. Ai tempi, tra l’altro, avevo dei compagni di squadra molto forti: Pisacane e Galabinov hanno giocato con me il primo anno, mentre Roberto Inglese è restato con noi per due stagioni. Chi più mi è rimasto impresso è stato però Aimo Diana, che poi mi ha anche allenato. Mi aveva confidato che, una volta diventato mister, sarei stato un suo giocatore, in quanto aveva visto in me qualcosa di speciale». 

Da bandiera dell’Arezzo, che effetto ti fa vedere questa piazza in Serie B dopo tanti anni?

«Insieme al popolo aretino, io penso di essere una delle persone più felici per questo risultato. L’attuale proprietà subentrò l’ultimo anno che trascorsi lì: sapevo che con il lavoro quotidiano e la fiducia nelle idee avrebbero fatto dei grandi passi in avanti, sia dal punto di vista delle strutture che della professionalità calcistica. Si sono inoltre legati ad una persona che è stata un mio compagno di squadra e che adesso è il direttore, ovvero Nello Cutolo. E’ uno dei profili che sicuramente conosce meglio la categoria per le innumerevoli presenze che ha collezionato: la sua carriera parla da sola. Sono veramente felice di vedere l’Arezzo in Serie B: lo seguirò e la tiferò senz’altro».

Passando alla Reggiana, cos’ha rappresentato per te Diana, con cui avete probabilmente espresso il miglior calcio della Serie C?

«Io penso che la mia miglior stagione sia stata la prima a Reggio Emilia, nonostante non siamo riusciti a vincere il campionato per due punti nel duello con il Modena. Credo infatti che abbiamo espresso il miglior calcio della Serie C grazie a dei meccanismi ben assimilati. L’anno dopo però abbiamo capito che per conquistare il titolo saremmo dovuti essere più concreti e talvolta più sporchi: è stata una strategia che, insieme alla continuità data ai giocatori e agli uomini dalla società, si è rivelata vincente. Il mio unico rammarico è non aver centrato la promozione nella stagione antecedente, perché molti calciatori di quella squadra avrebbero poi militato in Serie B con Mister Aimo in panchina e Tosi come direttore».

L’anno dopo siete riusciti a conquistare il salto di categoria. Tanti si ricordano solo le tappe più belle, ma come vi siete sentiti dopo la gara con la Recanatese? E come quando avete vinto ad Olbia?

«Il pareggio in casa con la Recanatese è stato una batosta: avevamo il morale a terra e la paura dei fantasmi dell’annata precedente. Tuttavia sono stati molto importanti i tifosi, che ci hanno spronato, facendoci capire di non essere delusi, ma soprattutto Aimo e il suo staff, che ci hanno sempre trasmesso positività. Non a caso, una settimana dopo, grazie alla nostra vittoria sulla Fermana e all’insuccesso dell’Entella a Lucca, ci siamo ripresi la vetta. Da lì abbiamo cavalcato l’onda e ci siamo andati a prendere quella benedetta vittoria del campionato, che meritavamo già l’anno prima. Spero che la Reggiana possa tornare presto in B: la sosterrò da lontano e sono molto vicino a tutti i suoi tifosi».

Quell’anno avete mantenuto la porta inviolata per otto partite di fila. Non pensi che parte di quel traguardo sia anche merito tuo?

«Non mi sono mai preso meriti nella mia carriera perché penso che gli obiettivi si raggiungano grazie ad una forte identità di gruppo, in particolar modo in Serie C, una categoria in cui raramente ci sono fenomeni che spostano gli equilibri. A dire il vero, però, noi ne avevamo uno, ovvero Luca Cigarini, che, con la sua modestia, si è mostrato come uno dei tanti, mettendosi sempre a disposizione. Molte volte in spogliatoio mi sono chiesto come fosse possibile che un ex giocatore di Serie A fosse più umile di tanti che non erano mai andati oltre la C. Io prenderò spunto da lui dal punto di vista umano in questa mia nuova avventura, ovvero giocare in Eccellenza, a casa. Lui per me è un esempio e affronterò questa sfida con la stessa mansuetudine e lo stesso amore con cui lui ha rappresentato la sua città, riportandola nel campionato di Serie B. Io, oggi, sto intraprendendo un percorso simile: sono tornato dove sono cresciuto, ad Avezzano. Spero di essere un punto di riferimento cittadino e un esempio per le nuove generazioni, oltre ad onorare la possibilità che la società mi sta dando».

Che rapporto hai con il calcio oggi? In futuro, ti piacerebbe intraprendere la carriera da allenatore?

«Sono una ragazzo che vive molto alla giornata. Sono fortunato ad avere al mio fianco una moglie splendida, indipendente e super lavoratrice che mi ha donato due figli altrettanto spettacolari. Nella mia testa ci sono vari impegni e obiettivi e sto ragionando sul mio futuro, ma non nascondo che mi sentirei pronto ad essere un esempio per le nuove generazioni, che hanno bisogno di essere ascoltate e di ricevere spiegazioni in un certo modo. In questo momento molto sono molto dedicato al nostro paese, in cui abbiamo toccato il fondo dal punto di vista calcistico: spero che si possa ripartire da loro, insegnandogli qualcosa di concreto. Il percorso è lungo, ma, facendogli apprendere le cose giuste nel modo giusto, ci possiamo risollevare. Quindi sì, mi piacerebbe un giorno fare l’allenatore».

Ringraziamo sentitamente Alessio Luciani per la disponibilità e l’opportunità concessaci.

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